Neri Marcorè sulla panchina di Fermati, Vivi!

 

Il nostro viaggio con la panchina gialla è iniziato a Terni con Ascanio Celestini, a cui ha fatto seguito il soggiorno ad Alcatraz con Jacopo Fo. Insieme a loro abbiamo parlato di benessere, paure, quotidianità frettolose e poco consapevoli. Entrambi ci hanno offerto spunti interessanti per riflettere sulle nostre abitudini e su quanto siamo capaci di  scegliere

La terza tappa è Roma, dobbiamo incontrare Neri Marcorè. Ci dà appuntamento al teatro Ambra alla Garbatella. Noi arriviamo mezz’oretta prima per allestire le attrezzature, così abbiamo l’opportunità di goderci i diversi ambienti del teatro, che è in realtà un centro culturale e di ritrovo molto accogliente e piacevole. Con la tipica delicatezza romana ci offrono un caffè al punto ristoro. E ci sentiamo subito a casa.

Tra una chiacchiera e l’altra scopriamo che tutti ricordiamo con affetto la performance di Neri come conduttore della trasmissione “Per un pugno di libri” e, nonostante da allora la sua carriera sia decisamente decollata, per noi rimane quell’uomo simpatico e alla mano che faceva sembrare la lettura una cosa da fighi. Perché, si sa, quando si è ragazzini lo vogliamo essere tutti.

Arriva con la sua moto, trafelato e accaldato, scusandosi per il ritardo. Appena si toglie il casco riconosciamo quel viso noto e amicale che ci sorride sornione con il suo sguardo sfuggente.

Presentazioni veloci, qualche spiegazione, pochissimi convenevoli e siamo pronti per le riprese. Alto e a suo agio davanti alle telecamere, Marcorè ci sta proprio bene seduto sulla nostra panchina gialla. Inizia parlando di cosa significa per lui fermarsi a vivere. Ci parla di quando gli è capitato che fosse la vita a fermarlo, visto che lui da solo non ci riusciva. E di come questo pit stop sia stato provvidenziale per capire cosa non andava e correre ai ripari.

Bellissima la sua metafora della vita come fosse un castello di carte: “lasciatevi sempre una via di fuga, una porta d’emergenza da cui uscire se vi accorgete che ciò che avete costruito non vi sta più bene. E anche se non l’avete fatto, ricordatevi che si possono abbattere i muri e ricostruire“.

Fermarsi per distruggere e ricostruire.

Originale interpretazione non c’è che dire. Quando si pensa a ciò che è giusto fare, a nessuno viene mai in mente di dover distruggere. Eppure, se abbiamo costruito cose che ci fanno star male, l’azione più coraggiosa è distruggerle e ricostruire no? Azione coraggiosa sì, ma molto difficile.

Ma ricostruire cosa? Come? In effetti viviamo una vita di contenitori da riempire e routine da rispettare. Se ci fermiamo e distruggiamo, siamo certi di avere poi ancora abbastanza immaginazione per ricostruire qualcosa di diverso? Forse no. Un motivo in più per fermarci potrebbe essere questo: rispolverare la nostra immaginazione creatrice. Ci dimentichiamo spesso di essere i fautori del nostro destino, forse perché è più comodo delegare ai fati le nostre responsabilità.

E, tra le nostre responsabilità, Neri, da sempre impegnato per l’ambiente, non poteva dimenticarsi di citare il dovere che abbiamo di preservare la natura. Fermiamoci e apriamo gli occhi su ciò che stiamo facendo al mondo in cui viviamo. Rallentiamo, chiediamo permesso, pensiamo agli altri, non prendiamo più di ciò che ci serve, usiamo senza sfruttare. C’è un modo più equo per vivere, ma non assomiglia a questo. Fermiamoci a sognarlo almeno, un mondo più giusto. Sognare è il primo passo per il cambiamento.

Nel monologo di Marcorè non poteva mancare un riferimento allo spettacolo teatrale con cui sta girando i teatri di tutta Italia. Un tributo attualizzato a Pasolini e De André che sposta l’attenzione sul tema del tempo.

… quello che non ho è un orologio avanti, per correre di fretta e avervi più distanti… quello che non ho è quel che non mi manca…“.

E allora si parla di relazioni umane e scala di valori. C’è chi corre per fuggire dagli altri, chi per non dover fare i conti con se stesso, chi lo fa per abitudine, senza accorgersene. E alla fine si allontana da tutto e tutti. Fermarsi anche per recuperare l’essenziale. Ma lo sappiamo ancora cosa davvero conta? Cosa davvero ci manca?

Quando spegniamo le telecamere siamo tutti più silenziosi. Ci sembrava di saperle già quelle cose, eppure sentirle da qualcun altro ha disegnato dei punti interrogativi dentro di noi a cui credevamo di avere già una risposta. E invece no.

Sarà ora di fermarsi quindi. Anche per noi.

Abbiamo finito. Smontiamo la panchina e ce la carichiamo in spalla, pregustando così il peso soddisfatto della responsabilità di cui è monito.

Altro giro altra corsa.

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